EVACLESIS

E INTANTO VASCO ROSSI NON SBAGLIA UN DISCO

E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco (edizioni Newton Compton): Manuel è un adolescente troppo eccentrico per un piccolo paese della provincia pugliese, Valeria è emarginata da tutti perché troppo grassa: i due sono i facili bersagli delle angherie di Filippo Santucci e degli altri bulli della scuola.
Come in un vortice, le loro vite si muovono e si intrecciano con quelle degli altri protagonisti: la professoressa Adelaide Colucci, cinquantenne depressa; Cecilia, la madre di Manuel, separata e ancora alla ricerca del grande amore; Alessia, tredicenne disposta a tutto pur di fare la velina. Ognuno di loro è a un passo dalla resa dei conti, che giungerà un sabato mattina, durante la manifestazione contro la riforma scolastica. Sarà il giorno del giudizio? O sarà il giorno del riscatto? E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco è un romanzo corale emozionante e commovente come La solitudine dei numeri primi, divertente e ironico come Notte prima degli esami.

Recensione e intervista a cura di Silvana Mazzocchi di Repubblica.it, che potete leggere qui
Tra le altre recensioni vi segnalo quella di Leo Lestingi per il Corriere del Mezzogiorno, qui.
 

Cliccando sul sito della Newton Compton è possibile acquistare il libro, oppure lo ordinate in libreria eccetera eccetera (scusate, ormai faccio copia e incolla).

Qui sotto pubblico invece la recensione di Ivan Arillotta, curatore del sito Unonove, che l'aveva scritta in occasione della presentazione del libro a Reggio Calabria. E' bellissima, si intende. 

 

“E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, di Eva Clesis (ed. Newton Compton, 2011)

Una cosa necessaria, in Italia, in questa era da catastrofe imminente, è una fenomenologia del malessere, della stanchezza, del progressivo annichilimento dei progetti di vita. In questa direzione va il tentativo di Eva Clesis con il suo ultimo romanzo, “E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, edito da Newton Compton. Il libro racconta una giornata di un gruppo di studenti e insegnanti di un liceo, una preparazione grottesca e a tratti patetica a una manifestazione di protesta contro la politica dell’istruzione. Qualcosa che, evidentemente, suona molto familiare.  Lo stile con cui Eva Clesis affronta il romanzo fa convivere il dolore e l’ironia , mettendo in scena personaggi spesso goffi, quasi assurdi nella loro interazione col mondo, ma tristemente reali: cioè capaci di incarnare un assortimento di nevrosi  tra l’adolescenza e l’età adulta. Il titolo, apparentemente stonato rispetto al contenuto del libro, è probabilmente un’allusione alla capacità della storia di toccare, in maniera trasversale, diverse generazioni. Nella sostanza, al di là di un paio di citazioni occasionali, Vasco Rossi è completamente assente.

La storia è veloce, anzi velocissima. Si legge molto rapidamente, perché la scrittura ha un ritmo serrato, quasi cinematografico, ed  è vissuta altrettanto rapidamente dagli “attori”, come in un tempo reale che rende, con efficacia, una sincronia di azione e di percezione tra i due piani della narrazione e della fruizione. Tutto si svolge nell’arco di ventiquattr’ore, in un crescendo di attesa che i protagonisti caricano con aspirazioni, investimenti emotivi e timori esistenziali. Si assiste, con il trascorrere delle ore, all’attesa di una soluzione che si trasforma, via via, nel tentativo di fabbricazione artificiale della soluzione stessa, come un manufatto dell’intelletto che i personaggi mettono a punto in maniera strategica, per far quadrare i conti. Ma i conti non tornano e ogni cosa si complica, rendendo sempre più paradossale ogni sforzo per ridurre alla ragione il mondo esterno. Il mondo ripiega su se stesso: l’ansia genera ansia, la paura genera paura, il ridicolo altro ridicolo. Esemplari, in questo senso, le peripezie di Filippo Santucci e Adelaide Colucci, il giovane bullo e l’insegnante depressa. Ai due estremi opposti come storie di vita, entrambi vivono una specie di sindrome del personaggio: sono personaggi dentro personaggi, che si dimostrano incapaci di abbandonare l’abito a costo di mettere a rischio la propria vita. Si sono dati una missione, idiota o patetica, e per un malinteso senso di responsabilità la rispettano in ogni circostanza. Molto sottile, e sicuramente riuscita, la critica del common sense da parte dell’autrice. Dentro questa beffarda devastazione, il lettore cerca spontaneamente tra le pagine qualche accenno a una salvezza: foss’anche una mezza salvezza,  un piccolo lumicino. E trova Manuel Vincenti, detto il Dendi, lo sfottuto, il deriso, colui che provoca una reazione allergica ai compagni di classe, che arrivano a compilare una petizione per fargli cambiare aria. La sorte di Manuel sembra persino più infelice di quella dei suoi compagni o dei suoi insegnanti. C’è una differenza, tuttavia: Manuel prova a essere se stesso, contro tutto e tutti, anche contro il buon senso. Vi è in lui, se non altro, il tentativo di far coincidere il sé e la rappresentazione del sé, in parole povere una malinconica inclinazione all’autenticità, che il mondo accoglie con dileggio. Senza volere anticipare nulla sulla sorte di Manuel all’interno del romanzo, si può dire tuttavia che la Clesis trasmette la sensazione di un pessimismo costruttivo, una critica allo stato di cose, un colpo d’occhio sull’Italia del 2011 in cui si porta in scena un’intera tribù di affamati d’esistenza, che non troverà mai nulla ma che nel frattempo si affanna a cercare, senza sapere neppure in che direzione – o cosa – si debba cercare.

(Ivan Arillotta)

 

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