EVACLESIS
Finché notte non ci separi

Detesto parlare, scrivere di me. Mi piace scrivere di altro, e mi preoccupo con eccessività di ogni cosa si trovi fuori di me. Ho notato di avere una forma di repulsione sempre più crescente verso il parlarsi addosso, allo stesso modo in cui mi sento respinta da ogni esibizionismo. Nella mia vita non mancano i fraintendimenti. Per quanto io mi possa e mi voglia esprimere con chiarezza, non mi voglio più spiegare. Per quanto sia polemica, amo fare polemica per il mero gusto di intrattenere una discussione, a patto che siano argomenti molto lontani da me. 

In questo ultimo romanzo, Finché notte non ci separi, c'è molto, troppo da spiegare. L'ho scritto nel 2011, subito dopo aver terminato la prima stesura e revisione di Parole sante. Avevo bisogno di brevità, e di allenarmi a una scrittura essenziale, perché sapevo di voler raccontare una storia forte e piuttosto lineare: il bisogno di vendetta di un ragazzo, il protagonista Dante Quartullo, rimasto orfano del padre, a causa di quello che si convince essere un errore umano. L'umanità è tutta di un medico, il primario che ha operato il padre di Dante per un tumore, e che non è riuscito a salvare.

In una prima stesura, Dante spiegava fin troppo il suo dolore e le sue ragioni di vendetta: nella prima versione del romanzo, Dante era uno studente di legge e diceva che la giustizia se n'era volata via, riferendosi al mito di Astrea. Ma il problema del dolore, secondo me, e delle azioni dettate dal dolore che il protagonista successivamente compie, è che non va spiegato. Il dolore, come l'amore, è un sentimento universale, di cui ognuno di noi ha un'idea: il pericolo di scendere in una retorica facile mi ha spinto a riscrivere tutto, procedendo per sottrazione. 
La cosa incredibile è che è stato più difficile di quanto pensassi: Dante è un giovane disincantato, ma quello che gli accade nelle prime pagine del libro è il resoconto di quello che è accaduto a me, quando è morto mio padre. L'errore umano c'era anche lì. Il medico di mio padre? Avrei voluto ammazzarlo. 
Ma a questo vale la premessa di cui sopra. Io non amo parlarmi addosso, a parte l'ansia che provo di non essermi mai spiegata abbastanza.
Anche questo articolo nasce dalla stessa necessità. 

Dante diventa così non uno studente di legge, ma un laureando in veterinaria:

"Più di tutto non potevo capacitarmi del fatto che l’uomo che nel week end avevo salutato a fine visita fosse entrato
in coma di domenica, morto il lunedì notte e deposto in un sarcofago dei più economici il giovedì, con il corpo che
aveva assunto la compattezza e il colore del gesso.

I miei nonni era morti prima che io nascessi o subito dopo, per cui non ricordavo cosa volesse dire quando ti
muore qualcuno. Quello era il primo defunto che vedevo in vita mia, ed era mio padre.
 
In quei giorni mi chiesi se la morte degli animali malati che da qualche tempo sopprimevo per mestiere causava nei
loro padroni lo sconvolgimento che avevo provato io, e se anche loro vedevano in quella fine una profonda iniquità.
Era un pensiero che il novantanove per cento delle persone avrebbe trovato stupido o folle e io lo sapevo.
Mio padre non era un cane, ma all’ospedale me l’avevano ammazzato proprio come un cane e dunque il paragone era
lecito".

Ho dunque limitato il dolore del protagonista al disincanto della sua vendetta trasversale. Che non avverrà, quindi, nei confronti del medico, ma nei confronti di sua figlia, che Dante rapirà. La figlia è rea di essere menzionata da un padre poco empatico, che si presenta al funerale del suo paziente, il padre di Dante. 

"Ce l’aveva, un figlio, il professor Ranieri, e neanche a farlo apposta me lo comunicò lui stesso con la pretesa di fare
conversazione. Come se il boia raccontasse della sua famiglia a chi mozzerà la testa: domenica se è bel tempo andremo al
mare, quest’anno i ragazzi vanno alle superiori".

Rimane la prima persona di Dante, in un romanzo che per il resto dei personaggi, il medico Ranieri, la fidanzata di Dante, è in terza persona. Questo ha fatto sì che per molte case editrici il romanzo fosse impubblicabile nonostante l'entusiasmo di amici scrittori e editor. Non riuscivo a spiegare la necessità di questo sbilanciamento, a parte l'idea che, parlando in prima, Dante è a parte rispetto al resto della storia, pur essendone il protagonista. 
Era, quella prima persona, sinonimo del distacco profondo di Dante verso la vita, della sua alienazione. 
Detto questo, Finché notte non ci separi è un romanzo diametralmente opposto al precedente: scarno, difficile da digerire nella vendetta del protagonista, che ha esiti immorali, e di una ferocia disperata. 

Sono contenta e ringrazio Luigi Carrozzo, direttore editoriale della Lite editions, e Desideria Marchi, editrice in gambissima, per aver scelto questo libro nella loro collana Light. Il libro è disponibile in ebook e in cartaceo, e ordinabile, quando non lo si trova, in grossa parte delle librerie di catena. 
Questo il link: http://www.lite-editions.com/light/eva-clesis/finche-notte-non-ci-separi.html

 

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